Quando guardiamo un soggetto ciò che vediamo è
la luce che esso riflette, con la sua intensità e
il suo cromatismo. La luce riflessa da una scena crea un'immagine.
Quando fotografiamo cerchiamo di riprodurre correttamente
l'immagine che vediamo con le parti più importanti
del soggetto perfettamente distinguibili ed i valori tonali
ben bilanciati.
La luce però può essere anche interpretata
in maniera creativa dando un particolare risalto al centro
d'attenzione, o a diversi elementi della scena, e quindi
un preciso significato alla composizione dell'immagine stessa.
La tecnica di dosaggio della luce è comunemente
definita esposizione.
Gli strumenti di cui disponiamo sulla nostra fotocamera
per impostarla, sono il diaframma, meccanismo alloggiato
fra le lenti dell’obiettivo la cui apertura dosa la
quantità di luce, e l'otturatore, che determina per
quanto tempo l'emulsione su cui registriamo l'immagine deve
essere esposta alla luce.
Il tutto rapportato alla variabile della sensibilità
ISO della pellicola utilizzata.
Oggi noi tutti ci chiediamo se con l’avvento del
digitale questo principio fondamentale della fotografia
è ancora valido oppure risulta modificato, stravolto
da questa tecnologia.
Possiamo immediatamente rispondere che alcune differenze
ci sono, ma i principi e la tecnica della fotografia tradizionale
rimangono immutati.
Vedremo nella teoria e nella pratica, strettamente legata
al nostro utilizzo subacqueo, le principali similitudini
e differenze esistenti.
Diaframma, otturatore ed esposimetro
Nulla è cambiato, sulle reflex digitali sono presenti
gli stessi comandi e controlli di cui sono dotate le reflex
tradizionali. L'operatività è identica.
E' presente un esposimetro che ci indica i valori della
coppia tempo-diaframma da impostare, la cui modalità
di lettura è selezionabile nel classico semispot,
spot o nei sofisticati sistemi multizonali. Ricordiamoci
che è sempre necessario interpretare e correggere
i valori che l'esposimetro ci indica, poichè come
sappiamo i riferimenti di lettura sono sempre rapportati
ad un valore medio di riflettanza.
I dati rilevati e opportunamente corretti saranno come sempre
impostati automaticamente o manualmente tramite le apposite
ghiere di comando e agiranno sul diaframma dell'obiettivo
per l'apertura e sull'otturatore della macchina per i tempi.
Continueremo infine a selezionare le varie modalità
di esposizione in manuale o in programma automatico, oppure
a priorità di diaframma o di tempo.
Il digitale però ci consente di verificare immediatamente
che l'esposizione impostata sia corretta. Nel dorso è
infatti presente un piccolo monitor LCD che permette, nelle
reflex dopo lo scatto, la visualizzazione dell'immagine
registrata.
Il bilanciamento del bianco
La luce oltre ad essere misurata in quantità tramite
l’esposimetro deve essere anche misurata in qualità
o meglio nella tonalità cromatica.
Nella fotografia tradizionale questa misurazione è
affidata ad un dispositivo esterno denominato termocolorimetro
che rileva la temperatura colore della luce esprimendola
in gradi Kelvin. Valori bassi definiscono cromie tendenti
al rosso, valori alti all’azzurro.
Rilevando la temperatura colore della luce illuminante è
possibile definirne l’eventuale dominante rispetto
a quella standard di riferimento, i 5.500°K del sole
a mezzogiorno, ed apporvi rimedio utilizzando gli appropriati
filtri Wratten di correzione.
In alternativa alle pellicole Daylight sono anche disponibili
speciali emulsioni denominate Tungsten tarate a 3.200 °K
per un impiego con lampade ad incandescenza.
Nelle fotocamere digitali questa sistema di misurazione,
affidato ad un apposito sensore interno operante in lettura
TTL, è definito bilanciamento del bianco ed è
siglato WB.
Il sistema, ricercato e analizzato il colore bianco presente
nella scena, lo corregge dalle dominanti rendendolo neutro
permettendo così il riequilibrio immediato di tutti
gli altri colori. La correzione può essere automatica
affidata quindi alla logica della macchina, manuale settando
alcune tarature preimpostate o con selezione diretta di
oggetti bianchi o grigio neutro in scena da utilizzarsi
come riferimento per la misurazione.
A differenza del sistema tradizionale ogni scatto può
avere un’impostazione diversa, la flessibilità
e semplicità di utilizzo del digitale è davvero
massima.
L’utilizzo di questo sistema di misurazione in acqua
è comunque limitato dalle moltissime variabili in
campo, in primis l’assorbimento dei colori al variare
della profondità.
L’impostazione solitamente più utilizzata è
la Daylight o l’Automatica.
La correzione fine dell’equilibrio cromatico viene
poi eventualmente effettuata in post produzione.
Il sensore e la sensibilità
ISO
Nelle macchine digitali l'immagine viene acquisita dal
sensore, elemento primario del sistema costituito da un
wafer di silicio contenente alcuni milioni di minuscole
cellule fotosensibili ordinatamente disposte a matrice.
Queste minuscole cellule si chiamano pixel, e il loro numero
definisce la risoluzione del sensore. La sua funzione è
quella di tradurre in segnale elettrico il raggio di luce,
che poi nei vari passaggi sarà convertito in digitale
e memorizzato su appositi supporti.
Il sensore dispone di un’unica sensibilità
che è determinata dalle caratteristiche progettuali
e dimensionali dei pixel. Le dimensioni indicative di questi
ultimi, utilizzati nei sensori destinati alle D-SRL con
formati prossimi al pollice, si aggirano attualmente sui
7-8 micron per lato e permettono di ottenere una sensibilità
rapportabile a circa 200 ISO.
Dispositivi elettrici disposti a valle del circuito ne
permettono poi la sua amplificazione aumentandone però
progressivamente anche il rumore di fondo. Questo ultimo
è l'insieme dei segnali elettrici parassiti che si
trasformano poi in puntini o aloni luminosi particolarmente
evidenti nelle zone scure dell'immagine.
C'è una similitudine con la problematica delle pellicole:
aumentando la sensibilità, riusciamo certamente a
gestire situazioni con scarsa illuminazione, ma la grana
diventa man mano più evidente.
Se però con la pellicola dovevamo decidere preventivamente
la sensibilità da utilizzare per tutti gli scatti
del rullino, con il digitale le variazioni possono essere
continue, di scatto in scatto.
Potremmo quindi impostare nel corso della stessa immersione
una sensibilità più elevata per riprendere
un soggetto in profondità o un relitto in luce ambiente,
e la sensibilità nominale per le riprese in superficie.
Molti di noi dovranno rivedere gli abituali riferimenti
diaframma/tempo determinati sulla base dell'utilizzo di
emulsioni invertibili dalla bassa sensibilità.
Ci riferiamo all’usuale coppia di primo settaggio
f8 1/60 impostata con la Velvia 50.
Per adeguare la coppia alla sensibilità propria
della maggior parte delle reflex oggi in commercio dovremmo
agire sia sui tempi che sui diaframmi prestando attenzione
a non superare il valore sincroflash proprio della macchina.
Questo differisce sensibilmente da modello a modello.
Qualcuno potrebbe supporre che la sensibilità così
elevata dei sensori sia una caratteristica negativa se rapportata
al valore ISO delle emulsioni che ci garantiscono i migliori
risultati in termini di saturazione e grana. Nel digitale
questo paragone non è del tutto proponibile.
Sappiamo che uno dei parametri per ottenere immagini di
qualità, ma precisiamo non il solo, è la risoluzione.
Più elevata essa è e maggiore sarà
la capacità di acquisire i dettagli dell’immagine.
La tendenza attuale dei costruttori è infatti quella
di offrire fotocamere con risoluzioni sempre maggiori. Per
ottenere questo è necessario aumentare il numero
di pixel che può essere ricavato mantenendo la misura
del sensore e riducendo le dimensioni degli stessi o aumentando
le misure dei sensori a parità di dimensione del
pixel.
Entrambe le soluzioni comportano pregi e difetti, pixel
più piccoli sono meno sensibili alla luce, sensori
più grandi comportano problematiche nel far pervenire
con inclinazioni accettabili i raggi di luce ai bordi dello
stesso.
Se comunque l’immagine che otteniamo è qualitativamente
ineccepibile, il fatto che la si sia ottenuta con una sensibilità
elevata, quindi richiedendo meno luce, è una caratteristica
da considerarsi positivamente.
La modalità di registrazione
dell'immagine
Riprendiamo la sequenza con cui nel digitale si forma l'immagine.
La luce che colpisce il sensore viene convertita dallo
stesso in segnale elettrico, eventualmente amplificato,
che poi viene elaborato in digitale dal software della macchina
riportando tutte le informazioni colore e le altre impostazioni
necessarie alla definizione dell'immagine quali ad esempio
bilanciamento del bianco, livelli e curve di contrasto.
Quando settiamo la macchina ci vengono offerte diverse
modalità di registrazione delle immagini. I principali
formati sono il TIFF, il JPEG nelle varie compressioni e
il RAW.
I primi due svilupperanno l'immagine con tutte le informazioni
colore e impostazioni elaborate direttamente dalla macchina,
mentre l’ultimo archivierà le informazioni
fornite dal sensore in forma "grezza" senza nessuna
elaborazione.
Una delle caratteristiche salienti del digitale è
la possibilità di elaborare a posteriori le immagini
acquisite. Tramite i vari applicativi quali Photoshop possiamo
riquadrarle, modificarne i colori, variarne il contrasto
e la luminosità.
Addirittura registrando in RAW, formato definito anche “negativo
digitale”, il file sarà poi convertito in immagine
editandolo in un momento successivo allo scatto, e in maniera
estremamente fine, senza alcuna perdita qualitativa, tramite
appositi programmi forniti dagli stessi costruttori o altri
applicativi.
Ma se tutte queste correzioni sono possibili, che senso
ha perdere tempo ad esporre correttamente? Basta solo scattare,
tanto dopo ...
No, ha senso eccome “perdere” questo tempo.
La coppia tempo/diaframma deve essere sempre impostata con
precisione e logica.
Se è vero che è possibile elaborare, ma solamente
entro determinati limiti, il colore, il bilanciamento del
bianco, i livelli di luminosità e contrasto, dobbiamo
anche ricordare che il mosso di un soggetto in movimento
causato da un tempo troppo lungo non si può correggere.
Non dimentichiamo poi che l’elaborazione “spinta”
di un’immagine comporta un lavoro dispendioso in termini
di tempo e richiede una notevole competenza nell'editing.
Dobbiamo curare le immagini in tutto e per tutto come abbiamo
sempre fatto, sapendo però che in certe situazioni,
dove il tempo o le condizioni ambientali non ci hanno permesso
l'attenzione dovuta, col digitale molti errori ci saranno
perdonati.
|