| Uno
degli argomenti più ostici e difficili da comprendere
nella fotografia è senz’altro il concetto di
profondità di campo, non nel suo effetto, immediatamente
visibile e comprensibile, ma nella sua causa.
Cercheremo di capire in questa sezione che cos’è
esattamente questa caratteristica ottica, da quali variabili
essa è influenzata e quali novità, se vi sono,
ha introdotto il digitale.
La profondità di campo è definibile molto
semplicemente e sinteticamente come quello spazio prima
e dopo il punto di messa a fuoco in cui le immagini risultano
comunque nitide, correttamente visibili e distinguibili,
apparentemente ancora a fuoco.
La profondità di campo ricordiamo è un elemento
compositivo e creativo importantissimo. Ci permette non
solo di riprodurre un’immagine con la massima estensione
del nitido, particolarmente apprezzata nel panorama, ma
anche, come nel ritratto, di isolare il soggetto, il nostro
centro d’attenzione, dal contesto circostante con
una diversa messa a fuoco dei piani immagine.
Abbiamo già definito che l’immagine impressa
sulla pellicola o sul sensore è la luce riflessa
dagli elementi della scena ripresa. Seguiamo il percorso
di questa luce.
Un qualsiasi elemento inquadrato e messo a fuoco che identifichiamo
nel punto P dello schema sottostante emette un fascio di
raggi luminosi che viene raccolto dal nostro obiettivo,
rifratto dalle lenti del gruppo ottico, e riorientato in
uscita verso un punto che chiameremo F. Questo punto in
cui i raggi luminosi riconvergono ricreando l’immagine
perfettamente a fuoco é definito piano focale.
Ma cosa impressioniamo sul piano focale quando il punto
di ripresa non è perfettamente a fuoco? Osservando
lo schema risulta evidente: non più un punto ma un
cerchietto, più correttamente definito circolo di
confusione.
E’ ovvio che se la dimensione dello stesso è
minima il nostro occhio lo percepirà come un punto
e l’immagine corrispondente risulterà comunque
a fuoco, se invece il diametro risulterà di grandi
dimensioni l’immagine apparirà sfocata.
La profondità di campo è quindi in realtà
una sorta di tolleranza visiva che il nostro occhio ci concede
rispetto ad un unico piano di messa a fuoco. Stabilito questo
vediamo come è possibile tradurre in cifre, quantificare
questa tolleranza visiva.
Osservando ad esempio una stampa formato 20x30 cm da una
distanza pari circa alla sua diagonale, la misura massima
del circolo di confusione, per risultare ancora puntiforme
e quindi a fuoco, può essere quantificata in 0,20
mm.
Il circolo di confusione della stampa deve poi ovviamente
essere rapportato al negativo d’origine. Ciò
si ottiene dividendo il valore di riferimento della stessa
per il relativo rapporto d’ingrandimento. Per il formato
24x36, ingrandimento risultante 8,2x, il circolo di confusione
equivalente è 0,20/8,2=0,025 mm.
Questo valore indicato, che ricordiamo è soggettivo,
può ovviamente differire da altri poiché diversi
possono essere i parametri di valutazione utilizzati, più
o meno rigorosi.
La diversità dei valori convenzionalmente accettati,
nel 35 mm da 0,025 a 0,030 mm, non influisce comunque sulla
logica del ragionamento e sulle considerazioni finali.
Fissato il concetto di profondità di campo, analizziamo
ora quali sono i parametri che direttamente la modificano:
- l’apertura del diaframma: più è chiuso,
maggiore è la profondità,
- la focale dell’ottica utilizzata: più è
corta, maggiore è la profondità,
- la distanza del punto di ripresa: più è
elevata, maggiore è la profondità.
Le correlazioni di queste variabili possono essere riassunte
nelle seguenti equazioni:
Dove:
LP = limite posteriore della PDC (tra punto di messa a
fuoco e infinito)
LA = limite anteriore della PDC (tra punto di messa a fuoco
e ripresa)
D = distanza di messa a fuoco
C = circolo di confusione
A = valore diaframma
F = focale
Verifichiamo subito queste formule con un familiare Micro
Nikkor 60 mm diaframmato con valore 8 alla distanza di ripresa
di un metro
I valori calcolati corrispondono a quelli dichiarati dal
costruttore.
Queste equiparazioni sono in ogni modo indicative. Oltre
alla variabile dei parametri di misurazione dobbiamo anche
considerare quelle indotte dalla complessità progettuale
dei moderni gruppi ottici.
Nella precedente sezione dedicata all’angolo di campo
abbiamo preso atto che con il digitale il formato del sensore,
tramite il quale acquisiamo le nostre immagini, può
variare in dimensioni da fotocamera a fotocamera.
Ma la profondità di campo è correlata a questa
“nuova” variabile introdotta dal digitale?
Analizziamo il tema nell'utilizzo pratico confrontando le
seguenti fotocamere:
- reflex tradizionale formato 35 mm
- reflex digitale da 6 MP formato DX, tipo D70-D100, sensore
CCD 1.8 diagonale 28,4 mm
- compatta digitale "pro" da 8 MP, tipo CP8700,
sensore CCD 2/3 diagonale 11 mm
Nella tabella seguente riporteremo le PDC corrispondenti
ad alcuni valori di apertura impostato come focale la corrispondente
normale al formato per l'equivalenza dell'angolo di campo
che ricordiamo è di circa 53° e come distanza
di messa a fuoco 2 metri.
Determineremo inoltre i circoli di confusione dei sensori
digitali rapportando i rispettivi formati al 35 mm verificando
che la dimensione minima di acquisizione indicata dal circolo
di confusione sia effettivamente rilevabile dal sensore.
A tal proposito dobbiamo considerare che per definire cromaticamente
ogni punto immagine occorrono 3 o 4 pixel a seconda della
tipologia di filtro matrice colore utilizzata.
Possiamo quindi considerare come misura minima di acquisizione
del sensore un valore pari a due volte il diametro del singolo
pixel.
Fotocamera
|
SRL-35mm
|
D-SRL type 1.8
|
Compatta type
2/3 |
Formato / Diagonale |
24x36 / 43,7 |
25,10x17,64/28,4 |
9,74x7,96 / 11 |
Dimensioni pixel |
// |
0,0078 |
0,0027 |
Ingrandimento |
1x |
1,5x |
4,0x |
C circolo confusione |
0,025 |
0,016 |
0,06 |
| F focale |
44 |
28 |
11 |
A valore diaframma |
4 |
8 |
4 |
8 |
4 |
8 |
LP limite posteriore
PDC |
2.230
|
2.521
|
2.390
|
2.970
|
3.315 |
9.680
|
LA limite anteriore
PDC |
1.813 |
1.658 |
1.719 |
1.508 |
1.432 |
1.115 |
PDC profondità
di campo |
418 |
863 |
671 |
1.462 |
1.883 |
8.565 |
A valore diaframma |
11 |
16 |
11 |
16 |
11 |
16 |
LP limite posteriore
PDC |
2.794 |
3.408 |
3.630 |
5.765 |
|
|
LA limite anteriore
PDC |
1.558 |
1.415 |
1.380 |
1.210 |
957 |
773 |
PDC profondità
di campo |
1.236 |
1.993 |
2.249 |
4.555 |
|
|
Possiamo immediatamente verificare che la capacità
di acquisizione del sensore è compatibile con il
valore richiesto dall’ingrandimento ed indicato dal
circolo di confusione.
Confrontando poi i dati di ripresa delle tre fotocamere,
osserviamo che a parità di angolo di visione la massima
profondità di campo consentita è raggiunta
nel digitale con valori di apertura più bassi.
Se nella D-SRL questa differenza rispetto alla reflex 35
mm non è particolarmente elevata ed è rapportabile
indicativamente ad un solo stop, nel caso della compatta
la differenza è sensibilissima. La massima PDC è
addirittura quasi raggiunta al solo valore di f8!
Questo spiega perchè nelle compatte digitali i diaframmi
selezionabili sono così pochi, a volte pochissimi,
e non superano mai questo valore.
Sempre tutto a fuoco, questo potrebbe anche essere considerato
positivamente nell'utilizzo semplificato ed automatizzato
di una fotocamera.
Un limite quando questa caratteristica ottica deve essere
controllata, gradualmente, in ambito compositivo e creativo.
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